
I Mondiali 2026 sono finalmente qui. Ieri sera, con la cerimonia inaugurale all’Azteca e la prima partita tra Messico e Sudafrica, è cominciato quello che la FIFA ha definito “il più grande spettacolo sulla terra”. Un torneo da 48 squadre, 104 partite, 16 città, tre nazioni ospitanti — Canada, Messico e Stati Uniti — per la prima volta insieme.
Tanta ambizione, tante aspettative. Eppure il logo che accompagnerà tutto questo per un mese e mezzo fa discutere dal giorno della sua presentazione, nel maggio 2023. E ha tutte le ragioni di farlo.
Quando la FIFA presentò il marchio a Los Angeles, lo slogan era WE ARE 26. Il presidente Infantino parlò di tre paesi e un intero continente “uniti come una cosa sola”. L’intenzione dichiarata era creare “un linguaggio di design innovativo” capace di rappresentare questa edizione storica e di diventare una struttura di brand riconoscibile per le edizioni future.
Nobili propositi. Ma tra l’intenzione e il risultato, qualcosa è andato storto.

La scelta più discutibile del logo è anche la più evidente: il trofeo. Per la prima volta nella storia dei Mondiali, la FIFA ha inserito nell’emblema una fotografia scontornata della Coppa del Mondo sovrapposta al numero 26, che costituisce il cuore visivo del marchio.
In un sistema grafico che si vuole flat, geometrico, fatto di campiture di colore nette e figure elementari, l’inserimento di un elemento fotografico tridimensionale crea un cortocircuito visivo immediato. Non si tratta di un’opinione estetica: è una delle regole fondamentali del design della comunicazione visiva.
Mescolare un’immagine fotografica con elementi vettoriali stilizzati produce una contraddizione di linguaggio che raramente si risolve in modo elegante. I due mondi obbediscono a logiche diverse: la fotografia porta con sé luce reale, volume, materici, ombre; il flat design lavora sulla sintesi, sull’astrazione, sull’essenzialità. Farli coesistere richiede un progetto preciso e consapevole. Qui non sembra esserci.
Le conseguenze sono concrete e misurabili:
Come osservano i colleghi di Grafigata: “La questione si complica quando, invece del bianco e nero, il logo viene accostato ad elementi di altri colori. L’effetto finale ha lasciato più di una perplessità.”
La seconda grande mancanza è forse quella che colpisce di più chi guarda il logo con occhi critici, e anche chi lo guarda semplicemente da tifoso.
Questo è il primo Mondiale ospitato da tre nazioni diverse. Un’edizione nata dalla necessità di contenere 48 squadre, ma diventata anche l’occasione per raccontare tre identità culturali fortissime, tre tradizioni visive distintissime, tre sistemi cromatici iconici.
Le bandiere di Canada, Messico e Stati Uniti mettono in campo — letteralmente — rosso, bianco, blu, verde e il rosso foglia d’acero. Combinazioni potenti, immediatamente riconoscibili ovunque nel mondo. Nessuna di queste è presente nel logo. Nessun rimando cromatico, nessuna citazione visiva, nessun elemento che ancori il marchio ai luoghi dove si gioca.
La comunità online lo ha notato subito, con commenti diretti: “Non c’è nemmeno una combinazione di colori delle bandiere di ciascuno dei tre paesi ospitanti” e “Il Messico, gli Stati Uniti e il Canada hanno un sacco di potenziale anche con le bandiere.”

Confrontate questo con le edizioni precedenti. Il logo di Russia 2018 con le sue decorazioni costruttiviste e il rosso dominante. Quello di Brasile 2014 con il verde, il giallo e la sagoma di mani che formano una coppa. Sudafrica 2010 con i colori della bandiera e il riferimento al Bafana Bafana. Ogni logo era, prima di tutto, un racconto del luogo che ospitava l’evento.
Il logo di USA/Canada/Messico 2026 potrebbe essere il logo di qualsiasi Mondiale.
Al netto delle considerazioni tecniche, resta un’impressione di fondo: il logo non sembra all’altezza dell’evento.
Il numero “26” in grassetto e il font scelto — per quanto pulito — trasmettono una sensazione di semplicità che non tutti leggono come eleganza. Molte le reazioni simili nei forum e sui social: “Definitivamente sembra poco impegnativo”, qualcuno ha scritto, e non manca chi paragona il risultato a qualcosa realizzato “su PowerPoint”.
Sono giudizi duri, forse esagerati nel tono. Ma segnalano qualcosa di reale: un logo per un evento di questa portata porta con sé aspettative enormi. Deve essere capace di diventare immediatamente iconico, di rappresentare milioni di persone, di reggere anni di utilizzo e declinazioni. Deve funzionare su uno stadio e su uno sticker. Deve emozionare.
Va detto che l’idea di rendere il logo modulare — personalizzabile per ciascuna città ospitante, adattabile alle declinazioni future — è concettualmente interessante. E va aspettare di vedere il sistema nella sua interezza, con tutte le identità cittadine, prima di emettere sentenze definitive.
Ma un logo non è solo la sua promessa. È quello che si vede. E quello che si vede oggi — il numero 26 con una coppa fotografica sovrapposta, senza colori identitari, senza anima geografica — fatica a raccontare la storia di un torneo che, almeno sulla carta, è uno dei più ambiziosi di sempre.
Nella comunicazione visiva, le regole esistono per una ragione. Non per limitare la creatività, ma per garantire che un segno funzioni. Il logo dei Mondiali 2026 sembra dimenticarselo proprio dove più non avrebbe dovuto.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo o vedete qualcosa che mi è sfuggito? Lasciate un commento.